Benessere#Shinrin-yoku# E’ un facile sentiero di circa 30 minuti, ai piedi del Resegone, abbastanza ombreggiato. D’estate non essendo tanto in altura può risultare un pò caldo. Si può lasciare la macchina nel parcheggio del piazzale della funivia di Erna.
A destra della funivia prendete il sentiero in discesa che porta nel bosco. Seguite il segnale giallo “tutte le direzioni”fino ad arrivare sulla strada asfaltata. Svoltare a destra e proseguire fino a quando troverete una mulattiera e il segnale rosso/bianco/giallo che vi indica sentiero n.1 . Questo è un pò ripido per 15 minuti, al bivio a destra troverete le indicazioni per il campo dei boi . Percorrete quindi il sentiero, piacevolmente in ombra, e dopo dieci minuti incontrate un ponte di legno superatelo e salite gli scalini fino ad arrivare al sentiero pianeggiante. Incontrerete un pò di case e infine il cancello che vi porta al grande prato in cui potete fare anche un pic nic. Da Campo de Boi è possibile raggiungere la cima del Monte Magnodeno, il rifugio Stoppani e Passo del Fò.
#Benessere #Shinrin-yoku# ma cosa vuol dire questo hashtag? In giapponese Shinrin-yoku significa “bagno nella foresta” e sottolinea l’effetto terapeutico che può avere una giornata completamente immersi nel verde, a contatto con la natura e i suoi profumi.
Un trekking o un’escursione in un bosco corrisponde ad una pratica naturale di aromaterapia e di stimolazione sensoriale. In mancanza del bosco anche una passeggiata nella natura può ridurre l’ansia, la depressione e lo stress. Diversi studi hanno dimostrato che gli olii essenziali, i fitocidi, le fragranze e i profumi rilasciati dalle piante influenzano positivamente il nostro benessere.
Quando si parla di Shinrin-yoku non significa fare soltanto trekking o esercizio fisico ma prendere del tempo per se, dedicare un momento per entrare in contatto con se stessi e l’ambiente: respirare, guardare, ascoltare, odorare e toccare. Riempirsi gli occhi con i colori della natura. Ascoltare il suono del vento, dell’acqua, dei ruscelli e degli uccelli. Percepire gli odori e sentire il terreno sotto i piedi.
Il filosofo Henry David Thoreau scriveva:
“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa”,
Benessere #Shinrin-yoku# Si parte da Abbadia Lariana (esattamente frazione Linzanico) e si parcheggia nella piazza del paese. E’ un sentiero facile di circa un ora. Partendo dalla piazza si percorre la mulattiera che permette di godere della vista sul lago di Como.
Dopo 20/25 minuti si arriva al sentiero proveniente da Crebbio. Sulla sinistra c’è una fontana e da li bisogna prendere il sentiero a destra. Si prosegue fino all’incrocio e si prende il sentiero a destra in direzione caduta di Cenghen. Ad un certo punto su un edificio una freccia bianca sul muro indica di girare a destra verso il piccolo villaggio di Calech. Da qui c’è una bella vista sulla Grigna Meridionale e sulla sua Cresta Segantini. Qui troviamo un’altra freccia bianca che ci mostra di girare a sinistra. Andiamo avanti in salita fino ad una bella terrazza che permette di godere del panorama sulla Val Monastero ai piedi della Grigna. Incontriamo una biforcazione non indicata: noi dobbiamo prendere il sentiero a sinistra (e non quello che scende verso la valle sottostante). Andando avanti lungo il sentiero dopo pochi minuti troviamo la cascata.
Benessere #Shinrin-yoku#Si parte dal centro di Valmadrera in direzione località Belvedere. C’è il parcheggio San Tomaso vicino. E’ un percorso facile che in 40 minuti porta al Prato di San Tomaso (imboccate la mulattiera che sale fino a trovare un bivio, seguite la strada sulla sinistra).
Oggi un mio caro collega mi ha inviato questa poesia che trovo in sintonia con il periodo di emergenza Covid che stiamo vivendo. Auguro a tutti noi che questa quarantena possa portare un maggiore contatto con il nostro mondo interiore e un maggiore rispetto della natura che troviamo dentro e fuori di noi.
E la gente rimase a casa E lesse libri e ascoltò E si riposò e fece esercizi E fece arte e giocò E imparò nuovi modi di essere E si fermò
E ascoltò più in profondità Qualcuno meditava Qualcuno pregava Qualcuno ballava Qualcuno incontrò la propria ombra E la gente cominciò a pensare in modo differente
E la gente guarì. E nell’assenza di gente che viveva In modi ignoranti Pericolosi Senza senso e senza cuore, Anche la terra cominciò a guarire
E quando il pericolo finì E la gente si ritrovò Si addolorarono per i morti E fecero nuove scelte E sognarono nuove visioni E crearono nuovi modi di vivere E guarirono completamente la terra Così come erano guariti loro
Visto che nell’orto coltiviamo i broccoli e il cavolo nero vi propongo qualche idea per valorizzare questi ingredienti.
Una ricetta della tradizione siciliana è proprio la Minestra con gli sparacelli. Io la faccio sia con le foglie degli gli sparacelli (broccoletti) che con quelle di cavolo nero così da usare i prodotti dell’orto.
Ecco le istruzioni per la Minestra agli sparacelli o al cavolo nero
Lavate e tagliate le foglie dei broccoletti o del cavolo, vi consiglio di privare la foglia della sua vena centrale perchè un pò amara (soprattutto quella del cavolo). Spezzate gli spaghetti. Preparate una pentola piena d’acqua e portate a bollore, aggiungere il sale e le foglie dei broccoli o del cavolo. Nella stessa acqua aggiungete gli spaghetti spezzettati. A parte potete soffriggere uno spicchio d’aglio, un pò di peperoncino (per chi lo gradisce) e cucinare un pò di passata di pomodoro. A volte, in assenza della passata o per velocizzare, uso il concentrato di pomodoro (arriva direttamente dalla sicilia quindi è naturale e molto saporito) che metto direttamente nell’acqua. Lasciate cucinare la pasta e poi servite con una spolverata di parmigiano e un filo d’olio.
Se alla minestra preferite gli spaghetti seguite i seguenti passaggi: Il procedimento per la cottura delle foglie rimane invariato ma prima di aggiungere la pasta nella loro acqua di cottura dovete ritirare le foglie con un colino. Nel frattempo in una padella fate soffriggere aglio, peperoncino, acciughe e qualche pomodorino e poi aggiungete le foglie, che scolerete dalla pentola della pasta, per farle insaporire. Vi consiglio di far abbrustorilire anche un pò di pan grattato da spolverare insieme al parmigiano sui vostri spaghetti. Io apprezzo gli spaghetti integrali, se volete provateli in questa ricetta!
Per le dosi io vado ad occhio e mi baso sul raccolto dell’orto: in generale per due persone considerata 10/15 foglie di cavoli, uno spicchio d’aglio, un bicchiere di passata di pomodoro (per la minestra) o una decina di pomodorini (per gli spaghetti).
Ama zone luminose ma non esposte alla luce diretta dei raggi solari, può stare anche in zone ombreggiate quindi utile per i balconi esposti a nord. Nel periodo estivo sopporta temperature elevate ma è sensibile al vento. Soffre invece le basse temperature al di sotto dei 10
Annaffiare con regolarità, attenzione a non lasciare il terreno asciutto per troppo tempo e a non esagerare con l’innaffiatura perché soffre i ristagni idrici.
Per una buona fioritura concimare ogni 7-10 giorni: aggiungi il concime per piante da fiore all’acqua oppure usa il concime granulare a lenta cessione.
Spesso ricevo in studio donne che vogliono iniziare un percorso di terapia per superare un periodo di crisi, la fine di una relazione o un qualsiasi altro dolore o fallimento che si può incontrare nella vita. Nel corso delle sedute ciò che succede è che ogni donna in crisi inizia a rialzarsi e lo fa ricominciando da se stessa. Questa poesia di Jack Folla per me è proprio emblematica della bellezza di una donna e ci ricorda quanta forza possa esserci nella vulnerabilità umana. Buona lettura!
Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita. No, finita mai, per una donna.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti da la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola. Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita. Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane. Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto. Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: “Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così”. E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo che ami alla follia. In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima; ed è passato tanto tempo, ce ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi. E hai pianto. Dio quanto piangete! Avete una sorgente d’acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo. E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato. Quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore. “Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?” Se lo sono chiesto tutte. E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti. Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te. Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente. Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va, va in corsa.
E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli. Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo. Perché tutti devono capire e vedere: “Attenti: il cantiere è aperto. Stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse”.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa. È la primavera a novembre. Quando meno te l’aspetti.
8 Marzo 2020 – Il Decreto annuncia l’inizio della quarantena –
In questi giorni così precari e così unici ho pensato di scrivere i miei pensieri sul panico di questi giorni, sull’imprevedibilità della vita e sulla vulnerabilità dell’essere umano.
La paura è una risposta emotiva che ci permette di individuare e far fronte ad una situazione minacciosa. Ma quando una minaccia è indefinita, invisibile e non localizzabile subentra l’angoscia e il panico.
Il coronavirus è diventato un nemico invisibile dal quale non si sa come difendersi. Siamo in preda al timore del contagio tanto da rischiare la fuga e l’isolamento sociale. Per sentirsi più potenti si cerca un colpevole e un nemico più visibile e definito del coronavirus: l’Italia untrice, il lombardo dal quale restare lontano, il collega influenzato che evitiamo di chiamare anche al cellulare perché è meglio stare lontani!
Individuare un nemico definito permette di sentirsi più potenti e di canalizzare il panico cosi da non sentirsi così inermi. Come esseri umani, di fronte all’angoscia, attiviamo qualsiasi meccanismo di difesa pur di alleviare il nostro malessere.
Ogni cittadino oggi viene visto come possibile fonte di contagio e come persona da tenere lontana. E’ vero il contatto ravvicinato può portare al contagio ma ricordiamoci di guardare con solidarietà e rispetto il nostro vicino e il nostro paese con tutte le sue regioni gialle, rosse e di qualunque colore esse siano.
Non trasformiamoci in persecutori alla ricerca di un nemico da attaccare e non consideriamoci onnipotenti come se questo virus non potesse toccarci! Il coronavirus ci ricorda una verità assoluta: ogni essere umano è vulnerabile di fronte alla malattia e alla morte. Questo non significa passare le nostre giornate in preda al panico del contagio e della morte. Vivere ogni giorno con la paura di ammalarsi e di morire significa non vivere.
Laviamoci le mani, è un gesto di cura verso noi stessi e gli altri, ricordiamoci di respirare pienamente e continuiamo a starnutire quando ne sentiamo il bisogno ma facciamolo nel rispetto dell’altro. Utilizziamo l’arrivo del coronavirus per ritrovare alcune buone abitudini e ricordarci di tenere i piedi ben piantati per terra e di coltivare la fiducia.
Sono giorni in cui ci viene chiesto di stare fermi all’interno di certi confini. Usiamo questo tempo per muoverci dentro noi stessi e ritrovare i valori e il senso più profondo della vita. Ascoltiamo il telegiornale, per tenerci informati, ma dedichiamoci anche ad una lettura che apre le nostre menti e il nostro cuore.
Ci viene chiesto di limitare gli spostamenti ma questo non significa rinunciare ai contatti umani e al movimento. Approfittatene per chiamare un amico che non sentite da tempo, camminate, ballate, muovete il vostro corpo ogni volta che ne sentite il bisogno. Fate lentamente tutto ciò che solitamente non avete il tempo di fare e assaporate ogni piccolo movimento. Non lasciate che la paura vi faccia smettere di vivere e non guardate l’altro come il vostro nemico!
Vi invito a guardare dentro di voi e a cercare qualcosa, di bello o di brutto, che fino ad ora avete lasciato in ombra così da prendervene cura. Stare fermi può portare ad un contatto più profondo con se stessi e ciò a volte fa paura. Ma vi assicuro che è un’occasione e un incontro unico..
Sono giorni in cui possiamo riscoprire nuovi modi per stare in contatto con noi stessi e con gli altri.
Pensate alle vostre passioni, a ciò che vi piace fare e trovate il modo per dargli spazio. Non sono i confini della zona rossa a limitarci ma le limitazioni che ci infliggiamo da soli.